Come elaborare il “lutto” per la fine di una relazione

Affrontare la fine di una relazione di coppia potrebbe essere molto doloroso, quasi assimilabile ad un lutto.

Tuttavia se comprendiamo che le nostre relazioni ci fanno da specchio per riuscire a vedere alcuni aspetti di noi che dobbiamo trasformare, tutto assume un senso diverso.

Vediamo in questo articolo come affrontare questa situazione partendo dal punto di visto psicologico fino ad arrivare a comprenderne il significato profondo.

Cosa succede nella mente e nel corpo

Il senso di vuoto che scaturisce dalla fine di una relazione di coppia può sfociare in una profonda depressione – quasi come una morte apparente – e produrre emozioni negative che ci fanno soffrire:

  • paura di affrontare la vita da soli
  • rabbia e frustrazione
  • incapacità di trovare un senso alle cose
  • percezione di fallimento
  • apatia e distacco
  • attacchi di panico
  • etc…

Stare in contatto con questo stato emotivo non è semplice e richiede un certo tempo fisiologico per essere elaborato. Tuttavia occorre imparare ad ascoltare le proprie emozioni per cercare di comprenderne l’insegnamento profondo.

Per fare questo dobbiamo elaborare ciò che sta accadendo, ma riprendersi dalla fine di un amore non è così facile.
Ancor di più se si tenta di superare questa situazione cercando di dimenticare la persona amata o cercando di sostituire la relazione appena finita con un’altra, proprio per evitare di rimanere in contatto con questa sofferenza.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che ad ogni emozione corrisponde un processo fisiologico all’interno del corpo e dei cambiamenti chimici nel cervello. Per cui, la mancanza della persona amata non genera solo un vuoto emozionale, ma anche una mancanza di ossitocina, dopamina e serotonina. Il corpo sperimenta così uno squilibrio chimico, al quale tenterà di sopperire sviluppando un processo di equilibrio che richiederà molto tempo.

Ovviamente, non tutti reagiamo alla stessa maniera alla fine di una relazione affettiva, infatti tutto dipende dal modo in cui abbiamo vissuto le relazioni nella nostra infanzia.
Facciamo un salto all’origine e cerchiamo di capire come il legame con i genitori influenza il modo di vivere i nostri rapporti.

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La relazione nell’infanzia

Per il bambino il rapporto con l’adulto di riferimento (madre o sostituto materno) determina il modo in cui da adulto costruirà le proprie relazioni affettive.
Detto in altri termini, come veniamo amati da piccoli influenzerà il modo in cui ameremo da adulti.

La madre tende a proiettare sul bambino i propri bisogni consci e inconsci, non considerando spesso le esigenze del figlio (tutto ciò avviene inconsapevolmente).
Pertanto il bambino si trova investito da responsabilità affettive che non gli competono e ne diventa condizionato, ma allo stesso tempo anche complice.
Infatti la madre tende a far passare questo tipo di amore come l’unico possibile per lui e a farlo sentire nel primato affettivo assoluto.

Il meccanismo alla base è: “io ti do, tu mi devi”. Il bambino accetta evidentemente questa condizione in quanto la madre è l’unico punto di riferimento senza la quale non potrebbe vivere.

Nel tempo, la ripetizione di questo comportamento si struttura in una vera e propria modalità di “amare”.
Così la madre cerca nel bambino la soddisfazione che le manca in se stessa e nella vita, in particolare con la relazione paterna, pertanto il bambino diventa per lei il sostituto affettivo.

La simbiosi così creata sarà difficile da spezzare se non dietro un duro lavoro psicologico su se stessi, in quanto il bambino da adulto tenderà a riprodurre il meccanismo alla base della relazione affettiva originaria.

L’attaccamento e la dipendenza affettiva

Come accade in tutte le relazioni umane, spesso tendiamo a proiettare sull’altro delle aspettative relative ai nostri bisogni inascoltati. Questo fa si che l’altro diventi il depositario della nostra felicità.

Qualora però il partner non risponda alle nostre esigenze, non solo ne rimaniamo delusi, ma tendiamo ad accanirci e a volerlo cambiare, nel tentativo di mettere a tacere quei bisogni non soddisfatti nell’infanzia.

Queste sono le nostre proiezioni verso l’altro: infatti non vediamo il partner per quello che è, in quanto lo abbiamo selezionato attraverso l’inconscio in base ai nostri schemi interiori.

Di conseguenza, la mancanza della persona amata genera immediatamente il contatto con le proprie carenze affettive, per tanto ci dovremmo chiedere:
“Perché ho scelto la relazione con questa persona che non soddisfa le mie aspettative?”.

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In realtà, l’altro entra nella nostra vita per un motivo preciso, ovvero ci permette di vedere ciò che di noi stessi ancora non conosciamo. Quindi la relazione è uno specchio che ci da l’opportunità di scorgere aspetti di noi che abbiamo scelto di portare alla luce.

Il senso profondo delle relazioni

In definitiva, per superare la fine di una relazione affettiva è necessario riportare tutto dentro di sé, cioè occorre incontrare se stessi nei propri vuoti e nelle proprie carenze.

Il primo passo sarà riuscire ad amare se stessi, anche alla luce del fallimento vissuto. Per fare questo dobbiamo riuscire a lasciare andare e a perdonare l’altro, ringraziandolo dell’esperienza che ci ha donato.

Vedere tutto alla luce dell’insegnamento che dovevamo ricevere attraverso l’altro, sarà un modo per comprendere che tutto ciò che accade è perfetto così com’è.

In fondo, per vederla dal punto di vista dell’anima, tutto ciò che accade l’abbiamo scelto noi per apprendere una lezione ed evolvere.

Allo stesso tempo, sotto il profilo del karma, stiamo sciogliendo dei nodi che ci portiamo dietro da vite precedenti.

In conclusione, impariamo ad accogliere ciò che è, senza giudizio, ma cercando piuttosto di comprendere il senso profondo del lavoro su di sé che siamo chiamati a compiere.

“Se un individuo è capace di amare positivamente, ama anche se stesso; se può amare solo gli altri, non può amare affatto” – E. Fromm

Risorse utili

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