Come liberarsi dalle forme-pensiero negative

forme-pensiero

Comprendere cosa sono le forme-pensiero e come trasformarle è indispensabile per liberarci delle memorie che continuiamo a portarci dentro.

Che i pensieri e il nostro modo di pensare influiscono sullo stato di salute è oggi un fatto più che dimostrato anche dalla scienza. In questo articolo approfondiamo il rapporto delle forme-pensiero con la malattia e come possiamo trasformarle (tratto dagli scritti di Anne Givaudan).

Cosa sono le forme-pensiero

Le forme-pensiero non sono semplici pensieri ma forme energetiche più o meno dense che sono alla base degli ostacoli fisici o psichici della nostra anima.
Queste vengono create attraverso un pensiero costante e focalizzato (di una o più persone) che va a formare una vera e propria forma energetica che ha una vita propria.

Affinché una forma-pensiero possa prendere vita, è necessario che intervengano nella sua costruzione due centri energetici. Uno di questi è il sesto chakra (o terzo occhio) che possiede la facoltà di creare immagini, il centro dell’energia creatrice dei nostri pensieri e della loro materializzazione sui piani sottili. Il secondo centro energetico che interviene nella creazione della forma-pensiero cambia in base a ciò che crea la forma-pensiero stessa: possono entrare in azione centri energetici diversi in base all’interpretazione che si da a un dato evento. Per esempio se si stratta di un’emozione forte si attiverà il terzo chakra, se si stratta di un problema relativo alla sopravvivenza sarà il secondo chakra, e così via.

Una forma-pensiero è una forza che entra in azione non appena creata: da quell’istante in poi tutti i piani sottili o fisici possono essere intaccati e reagire in funzione dell’informazione contenuta in quel pensiero.

Come una forma-pensiero può generare una malattia

Una forma-pensiero può essere positiva o negativa e dall’istante in cui viene creata, essa funziona come una calamita, attraendo a se tutto ciò che può nutrirla e che è direttamente in rapporto con essa. Quindi la persona chiamerà a se eventi, incontri, parole che entrano in risonanza con la sua forma-pensiero.

Una forma-pensiero principale attrae forme-pensiero secondarie che sono collegate ad un organo e ad uno o più chakra. Ad un certo punto il corpo fisico e i corpi sottili vengono appesantiti da queste forme-pensiero e per “scaricare” tale appesantimento insorge la malattia.

Non esiste malattia all’origine della quale non ci sia una forma-pensiero.
Tuttavia è sempre possibile evitare che ciò che accade sul piano sottile si manifesti su quello fisico, ma per riuscirci ci vuole una conoscenza profonda del meccanismo delle forme-pensiero.
Infatti una volta formata, la forma-pensiero crea una breccia che attraversa i vari strati dell’aura, che non sono più in grado di proteggere il corpo fisico.

La malattia quindi è attirata da noi e in particolare da un certo nostro organo perché emettiamo segnali che corrispondono alla forma-pensiero sul piano sottile. Infatti, il tipo di malattia che ci attiriamo è sempre in sintonia con ciò che viviamo e con la simbologia del corpo e degli organi.

Le memorie emozionali

Noi siamo l’insieme degli eventi vissuti nella nostra vita ed è certo che un evento inscritto nella memoria non si cancella mai. Possiamo dimenticarci completamente di una storia del nostro passato, ma il fatto di per sé rimane inscritto in noi. C’è una specie di banca dati in cui viene memorizzato tutto quello che ci riguarda nei minimi dettagli, anche se non lo ricordiamo.

Noi siamo l’insieme degli eventi che chiamiamo “passato” e dunque è utopistico pensare di cancellare un evento. Ciò che è esistito, esiste ed esisterà sempre. Nonostante questo, quello che costruiamo intorno ad un evento, vuoi per l’emozione che provoca in noi, vuoi per l’idea che ce ne facciamo, dipende interamente dal nostro modo di vedere le cose.

Quello che proveremo dentro di noi di fronte ad un evento dipenderà a sua volta dalle memorie che ci portiamo dietro e dai condizionamenti che abbiamo ricevuto: dalla cultura, dall’educazione, dalla religione, etc…

Non viviamo tutti nello stesso modo e ognuno di noi, in base alla propria condizione, alle proprie emozioni, alle proprie idee, crea un mondo tutto suo.

Ad esempio quando due fratelli descrivono i propri genitori, ne danno un ritratto, spesso, molto differente, perché pur essendo nati dagli stessi genitori, non hanno vissuto gli eventi nello stesso modo. Dunque un evento può essere banale per uno e segnare l’altro profondamente.

Comprendere e trasformare le forme-pensiero

Prima che una malattia si manifesti sul piano fisico, a parte nel caso di un incidente, ci sono molti segni che la preannunciano; tuttavia, nella maggior parte dei casi, non li notiamo.

Ad esempio una persona può avere avuto forti dolori alla schiena, ma ha dovuto aspettare di rimanere inchiodata a letto per aver voglia di spingersi oltre, cercando dentro di sé l’ostacolo da superare.

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Quando apriamo le porte a questo tipo di comprensione, ammettiamo che quanto ci accade sul piano fisico è solo la conseguenza di un evento più profondo che è rimasto irrisolto.

Tuttavia una forma-pensiero non basta comprenderla dal punto di vista mentale, sebbene questa sia una tappa fondamentale. L’evento che ha creato la forma-pensiero, infatti, non va dimenticato ma accettato e visto sotto una luce diversa.

L’obietto non è di eliminarle ma di comprenderle. Infatti, una forma-pensiero non è di per sé nociva, è semplicemente presente per dimostrarci che quella cosa non è “giusta” per noi.

Quale parte di noi, che si tratti della nostra anima, del corpo o dello spirito si sente lesa, inascoltata, poco considerata o completamente rifiutata?

Le forme-pensiero sono qui a dirci: siediti un attimo e smetti di correre o di cercare intorno a te quello che ti ferisce. La ferita è qui, tanto vicina che non la vedi più. Guardala.

Moltissime sono le forme-pensiero che gravitano, danzano o ristagnano intorno a noi, paralizzando le nostre scelte, attivando le nostre collere, la nostra impulsività e rinforzando le nostre paure. Tuttavia, lottare contro di esse non risolverà affatto il nostro “mal-essere”, anzi avrà l’effetto contrario, gli darà ancora più potere.

Quando vogliamo guarire basta un secondo, ma per arrivare a prendere questa decisione quanto tempo ci vorrà? Quanto tempo, per dire: “voglio guarire e accetto quello che permetterà la guarigione”?

Possiamo curarci, prenderci cura di noi stessi, partecipare a diversi seminari e poi un giorno ecco che siamo guariti, senza sapere precisamente in quale momento esatto è avvenuta questa guarigione.

Non vi è regola sul sentiero individuale, la guarigione resta una faccenda privata, tra il me e il Sé. La guarigione non dipende da alcun elemento esterno, è situata dentro di noi perché noi siamo i guaritori delle nostre ferite.

La gioia è il primo criterio di una vera guarigione: dicendo “si” alla vita, questo è già di per sé l’inizio di un “mollare la presa”.

L’accettazione

La prima tappa è l’accettazione. Siccome la nostra vita non è come avremmo voluto che fosse, piuttosto che accettarla ce ne inventiamo un’altra. Così, giorno dopo giorno, creiamo diverse maschere e contribuiamo ad un crescente smarrimento che ci porta ad un’auto-distruzione programmata.

Per riconoscere quali forme-pensiero ci ingombrano e rallentano il nostro cammino, è indispensabile un atto di autentica umiltà. E’ questo l’atto che ci permetterà, finalmente, di accettare quello che siamo, di accettare la nostra vita così com’è, senza orgoglio e senza paura.

Quando facciamo il gesto sacro di toglierci le maschere dietro alle quali pensavamo di proteggerci, compiamo un atto di coraggio e un atto di amore. E’ questo amore che ci porterà alla guarigione.

Così, indipendentemente dalla nostra età, il bambino che siamo stati che andava in giro a quattro zampe, un bel giorno decide di mettersi in piedi.

Noi siamo esseri perfetti, ma fintanto che ci rifiuteremo di vedere le zone d’ombre che sono dentro di noi e che fanno parte della nostra vita, non potremmo certo illuminarle di nuova luce.

Da bambini, quando ci era impossibile agire di fronte alle sofferenze che provavamo o che facevamo provare ad altri, sommersi o incapaci di prendere la minima distanza a causa dell’età e del nostro stato di dipendenza, avevamo solo la possibilità di fuggire nell’oblio o nell’immaginario.

Se da bambini non ci siamo sentiti amati, abbiamo scelto di cambiare la sceneggiatura della nostra vita, pur sapendo che si fondava su un senso di ribellione e di non accettazione.

Da quel momento in poi abbiamo deciso di non esserci scelti questa esistenza, di non voler più vivere e di prendercela con il mondo intero. Infatti, credendo di essere entrati nella storia sbagliata, rifiutando la sceneggiatura per la quale siamo qui, abbiamo tradito quella parte di noi che ha scelto di incarnarsi in questa vita.

Sostenuti dai sonniferi, dalle droghe o dagli alcolici, messi a nostra disposizione da questa società di cui non siamo compartecipi, una società che ha paura della sofferenza, ecco che la nostra vita a poco a poco diventa una corsa ad ostacoli.
Siamo quasi sempre a disagio o malati e le nostre azioni si riducono a semplici re-azioni con l’obiettivo di consentirci di trovare la “felicità” o un po’ meno infelicità o magari un po’ più di amore.

La vita non è ingiusta e gli altri non sono colpevoli della nostra infelicità. Un giorno, dopo questa constatazione, stanchi per aver recitato per l’ennesima volta la stessa scena, non avendo più nulla a cui aggrapparci, ci renderemo conto che qualsiasi cosa facciamo, soffriamo, e quindi decideremo di modificare la sceneggiatura.
In quel preciso istante muoviamo i primi passi verso la liberazione.

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Osservare la ferita

Dopo l’accettazione di ciò che siamo, il secondo passo lungo il nostro cammino, sta nel prestare attenzione alla nostra ferita. Quando viviamo eventi traumatici e non siamo in grado di accettarli, li imprigioniamo in una parte di noi e a poco a poco li dimentichiamo, credendo di averli risolti.

Per guarire bisogna prestare attenzione a ciò che ci ha disturbati e che molto spesso abbiamo interpretato a modo nostro. Rivedere un evento e l’interpretazione che ne abbiamo dato all’epoca in cui è accaduto, è un passo indispensabile per guarire.

Fintanto che rifiutiamo l’esistenza di una forma-pensiero, questa resta insieme a noi a segnalarci la sua presenza e che cosa dobbiamo capire.

Guarire, in fondo, è smettere di raccontarci delle frottole, è poterci guardare in faccia e guardare in faccia l’altro, non per sfidarlo, ma per accettare e amare quello che in lui vorremmo tanto veder sparire per sempre.
Ecco dunque che non potremmo trasformare le nostre ferite senza aver prima accettato di guardarle in faccia e poi di lasciarle andare.

Svelare una forma-pensiero fa si che essa smetta di sopravvivere in incognito e di essere negata, ed è proprio il fatto di venire alla luce che la indebolisce considerevolmente, dandole anche la possibilità di andarsene.

Quando finalmente riusciamo a portare alla luce una forma-pensiero, poco importa il modo in cui avviene: un incontro che farà riemergere eventi dolorosi, una lettura, un film, una terapia, un nuovo dramma della nostra vita. Possono essere tutti fattori di guarigione.

Anche se quando viviamo un emozione ci è difficile vederla come se non ci appartenesse, dobbiamo imparare a non identificarci con essa. La non identificazione con la forma-pensiero ci permetterà di acquisire una visione “superiore” e di rompere il meccanismo per il quale ci identifichiamo con esse.

Ad esempio, più rumino su “quello che mi hanno fatto”, più mi identifico con quella collera, che però non è me.
La guarigione avviene lasciando andare l’attaccamento alla sofferenza attraverso l’accettazione e la trasmutazione.

Fiducia e perdono

A questo punto ci viene chiesto un atto di fiducia, non verso qualcuno esterno a noi, ma verso quella parte di noi che sa che tutto è “giusto”. In quel momento, la resistenza che opponevamo alle nostre forme-pensiero scompare.

Lottare significa pretendere che una situazione o una persona sia come noi vorremmo che fosse: dal momento in cui non pretendiamo più nulla, né da un evento né da una persona, avviene un “miracolo” che fa parte delle grandi Leggi Universali.

Abbiamo appena lasciato andare la sfera del condizionato per entrare nello spazio infinito dell’incondizionato, uno spazio di pace interiore profonda in cui non vi è nulla da dimostrare, non vi è più nessuno scopo da conseguire.

Quante volte, impotenti e senza più risorse, ci è toccato accettare qualcosa che non eravamo più in grado di controllare?
In quel preciso istante abbiamo scoperto, stupiti, che senza il nostro intervento tutto si risolveva facilmente!

E’ una tappa che ci pone di fronte ad una decisione: che cosa vogliamo? Siamo pronti ad attraversare tutte le nostre paure? Abbiamo fiducia in ciò che la vita ci propone?
Nell’istante stesso in cui si prende questa decisione profonda, non c’è più da preoccuparsi del “come”; la vita si incaricherà di attirare verso di noi tutte quelle persone o eventi di cui avremmo bisogno.

Come un pendolo, oscilliamo nella nostra vita tra benessere, mal-essere e staticità. Il cammino per la guarigione passa da questa oscillazione che fa parte integrante della vita: il movimento.
Sta a noi accettare queste fasi, fino a quando il pendolo avrà trovato il proprio equilibrio.

Per agire diversamente è necessario che si pensi diversamente. Per cambiare un comportamento e radicare una nuova abitudine ci vuole perseveranza, pazienza e a volte del tempo, quello necessario al cambiamento di un programma che va avanti ormai da tanti anni.

L’ultima tappa è rappresentata dal perdono, che ci permette di lasciare andare il passato e trasmutare l’ombra in luce. La trasmutazione finale avverrà attraverso il cuore, cioè attraverso l’amore che dissolverà tutte le nostre ferite, cicatrizzando le nostre piaghe.

Il nostro destino è di essere felici!

Tratto dai libri “Forme-pensiero” e “Forme-pensiero 2” di Anne Givaudan.

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Laura Maio
Psicologa olistica. Esperta in discipline bio-naturali e tecniche psico-corporee. Terapeuta del suono formata presso il Centro de Terapia de Sonido y Estudios Armonicos di Albert Rabenstein a Buenos Aires.