Effetto placebo: la mente supera la medicina

effetto placebo

In questo articolo parliamo del famoso “effetto placebo”, tratto dal libro “La mente supera la medicina” della Dott.ssa Lissa Rankin.

Si può davvero guarire il corpo semplicemente cambiando modo di pensare e sentire? È vero che esistono prove secondo cui è più facile ammalarsi se si hanno pensieri negativi? È solo una questione di testa, o c’è qualcosa di fisiologico? Come avviene?

Abbiamo parlato spesso di come le emozioni e i pensieri influenzano il nostro organismo e di come possono farci ammalare o guarire. In questo libro l’autrice approfondisce queste tematiche portando prove scientifiche nei suoi anni di ricerca a pratica medica.

Ecco un estratto…

Il potere del placebo

Come tutti gli scienziati, conoscevo da tempo l’effetto placebo. Finti trattamenti consistenti in pillole zuccherine, iniezioni saline e chirurgia simulata vengono abitualmente impiegati nei moderni test clinici per determinare se un certo farmaco, trattamento o intervento chirurgico è davvero efficace.

Il termine placebo, in latino «io piacerò», si è affacciato nel gergo medico tantissimo tempo fa, per indicare trattamenti inerti ordinariamente somministrati a pazienti nevrotici al fine di sedarli.
Per secoli, i medici hanno prescritto trattamenti senza alcun dato clinico che ne dimostrasse l’efficacia.
Nessuno metteva in dubbio i trattamenti prescritti dal medico, né qualcuno faceva studi per accertare cosa fosse efficace e cosa no. I medici si limitavano a miscelare dei ricostituenti e a somministrarli ai loro pazienti: in una buona percentuale dei casi, i pazienti miglioravano. Oppure il medico praticava un taglio su qualcuno, faceva un intervento chirurgico e il paziente migliorava (oppure no).

Solo alla fine del XIX secolo, l’idea di usare il placebo nella ricerca clinica cominciò a farsi strada. Poi, nel 1955, il «Journal of the American Medical Association» pubblicò un articolo che fece storia, opera del dottor Henry Beecher e intitolato The powerful placebo: esso sosteneva che, se era vero che somministrando farmaci ai pazienti si ottenevano spesso dei miglioramenti, anche somministrando acqua salata o ingredienti inerti si ottenevano miglioramenti in un terzo dei casi, e non soltanto nella mente, ma in modi concreti, fisiologici e osservabili nel corpo.

Da un giorno all’altro, “l’effetto placebo” divenne un pilastro della medicina moderna e nacquero i test clinici che ancora oggi vengono effettuati. Ai tempi nostri, infatti, uno studio scientifico che voglia essere considerato valido deve dimostrare che gli effetti curativi del farmaco o dell’intervento chirurgico in esame superano quello del placebo.

Se un farmaco o un intervento chirurgico si dimostrano migliori del placebo, vengono definiti “efficaci”. Altrimenti, negli USA la Federal Drug Administration probabilmente non approverà il farmaco, l’operazione chirurgica non sarà presa in considerazione e il trattamento sarà liquidato come inefficace.

Cos’è esattamente l’effetto placebo?

Prima di cominciare la mia ricerca, non mi ero mai davvero posta la domanda. Tutti sapevamo che nei test clinici la gente migliorava anche semplicemente ricevendo una pillola zuccherina. Ma perché?

Qui sentii che la mia ricerca sui poteri della mente sopra il corpo era arrivata a un punto di svolta. Se nei test clinici una certa percentuale di persone migliorava semplicemente perché queste credevano di stare ricevendo un farmaco o un intervento chirurgico autentici, la loro reazione era provocata unicamente dalla mente. Questa realizzazione mi lasciò senza fiato.

Le convinzioni positive possono alleviare i sintomi: le prove

Mi rituffai sulle riviste mediche alla ricerca di ulteriori prove del fatto che il semplice pensiero di stare ricevendo un farmaco o un intervento chirurgico è sufficiente per provocare un sollievo vero e verificabile dei sintomi.

  • Scoprii così che quasi metà dei pazienti di asma riferisce di un alleviamento dei sintomi dopo aver fatto ricorso a un inalatore o un’agopuntura finti.
  • Circa il quaranta per cento delle persone affette da mal di testa migliora grazie a un placebo.
  • Metà dei pazienti di colite si sente meglio dopo un placebo.
  • Più della metà dei pazienti di ulcera vede alleviati i propri sintomi grazie a un placebo.
  • Una finta agopuntura elimina le vampate di calore nella metà dei casi.
  • Fino al quaranta per cento delle donne sterili resta incinta assumendo finti “farmaci della fertilità”.
  • Per quanto riguarda l’alleviamento del dolore, i placebo sono quasi altrettanto efficaci della morfina.
  • Numerosi studi dimostrano che l’effetto piacevole dei farmaci antidepressivi può quasi sempre farsi risalire all’effetto placebo.

I dati che stavo raccogliendo erano impressionanti, ma non potevo fare a meno di pensare che lo sarebbero stati ancora di più se nei test clinici non venisse fatto ogni sforzo per minimizzare l’effetto placebo.
Se i ricercatori percepissero l’effetto placebo come qualcosa di positivo e da valorizzare, forse avremmo percentuali ancora superiori. Si dà il caso, però, che il fine dei loro sforzi non sia questo.

Al contrario, i coordinatori e i ricercatori dei test clinici (quasi sempre al soldo delle aziende farmaceutiche) si danno molto da fare per sminuire l’effetto placebo.

Dopo tutto, i pazienti che migliorano grazie all’effetto placebo diminuiscono le probabilità che un farmaco venga approvato per il mercato.

Per eliminare soggetti ritenuti «eccessivamente sensibili all’effetto placebo», molti test randomizzati, in doppio cieco e controllati tramite placebo vengono in realtà preceduti da una «fase di scrematura», in cui tutti i pazienti assumono una pillola inerte: chi reagisce positivamente viene eliminato dallo studio.

L’effetto placebo riguarda tutti?
Vi sono forse pazienti più sensibili al placebo di altri?
Esistono dati che permettono di individuare chi risponderà di più a un placebo?
Vi sono tratti della personalità o misurazioni dell’intelligenza che predicono chi migliorerà grazie a una pillola zuccherina?
Le persone con un elevato QI rispondono meno al placebo?
Certe persone sono semplicemente più credulone?

Tutte domande a cui gli scienziati hanno già cercato di rispondere. All’inizio, venne ipotizzato che chi rispondeva al placebo avesse un QI più basso o fosse semplicemente più “nevrotico”.
Tuttavia, si scoprì che praticamente tutti potevano essere indotti a rispondere a un placebo, date le giuste condizioni. Siamo tutti suggestionabili, anche i medici e gli scienziati. Di fatto, certi studi lasciano pensare che chi ha un QI elevato risponda meglio al placebo.

Per me questa era una buona notizia, perché se è vero che le convinzioni positive della mente possono guarire il corpo, tutti abbiamo le stesse possibilità di trarre beneficio da questo fenomeno. Non solo i creduloni pensano di essere guariti, ma anche i furbi e gli smaliziati.

La guarigione tramite placebo è solo un fatto di mente?

Continuando le mie ricerche, non riuscivo a venire a capo delle informazioni che stavo ricevendo. Di certo, le prove che stavo raccogliendo sembravano convincenti.

Quando i pazienti – non solo quelli creduloni, ma tutti – pensano di guarire, una buona percentuale di essi migliora davvero. Ma questo non saziava la mia curiosità.

Potevo anche accettare che l’alleviamento dei sintomi fosse, in realtà, una faccenda di testa. Cos’altro è il dolore, dopo tutto, se non una percezione mentale?

Se è vero che la mente può guarire il corpo, deve esserci un modo per dimostrare che il corpo sta rispondendo non solo con l’alleviamento dei sintomi, ma anche per vie fisiologiche e misurabili. Pertanto, la fase successiva del mio studio mi condusse alla ricerca delle prove che non è tutta una questione di testa, ovvero che le convinzioni mentali possono effettivamente alterare la fisiologia corporea.

Poiché esistono centinaia di migliaia di test controllati tramite placebo, trovare una risposta non era impresa da poco, tanto più che la maggior parte degli studi a me noti valutava sintomi come mal di testa, dolori alla schiena, depressione e diminuzione della libido, tutti notoriamente difficili da misurare.

L’alleviamento di sintomi del genere è molto soggettivo. Non esiste una misurazione oggettiva in grado di dimostrare l’attendibilità di quanto viene riferito. Ciononostante, alla fine riuscii a trovare le prove che, almeno in una certa percentuale dei casi, nel corpo si verificano trasformazioni autentiche come risposta a un placebo.

Grazie al placebo:

  • ai calvi crescono i capelli
  • la pressione diminuisce
  • le verruche scompaiono
  • le ulcere guariscono
  • i livelli di acidità di stomaco calano
  • l’infiammazione al colon si attenua
  • i livelli di colesterolo crollano
  • i muscoli della mascella si rilassano
  • la tumefazione in conseguenza di un intervento dentistico si sgonfia
  • nei pazienti di Parkinson i livelli di dopamina cerebrale aumentano
  • l’attività dei globuli bianchi migliora
  • i cervelli delle persone che riportano un alleviamento dei sintomi “si illuminano” nei test di imaging.

Queste scoperte mi convinsero. Il placebo non cambia solo il modo di percepire, ma anche la biochimica. È qui che le cose cominciano a farsi davvero interessanti.

Le conseguenze biochimiche dell’effetto placebo sono in grado di mettere in discussione tutte le nostre idee sulla malattia.

Ma prima di fare un simile balzo da gigante, volevo verificare se c’erano altre spiegazioni del fatto che il corpo dei pazienti rispondeva al placebo sia con l’alleviamento dei sintomi che con misurabili alterazioni fisiologiche.

Era una semplice convinzione positiva a operare tali cambiamenti nel corpo, o c’erano altri fattori? La fase successiva della mia indagine mi condusse a formulare alcune teorie.

Cinque spiegazioni dell’effetto placebo

Quando i ricercatori parlano dell’effetto placebo, in realtà fanno riferimento a un insieme di eventi comprendenti: mettere le persone in un ambiente clinico; offrire loro un trattamento, informandole che potrebbe essere sia un placebo sia il trattamento sotto esame; tenerle sotto osservazione per un certo periodo di tempo.

Chiariamo ora quali sono le cinque spiegazioni del titolo.

La spiegazione più ovvia e a cui ci piacerebbe credere è che i pazienti provano un alleviamento dei sintomi e subiscono alterazioni fisiologiche perché pensano che queste cose accadranno.
A causa dell’obbligo del consenso informato, i pazienti sanno che potrebbero ricevere un placebo, ma quasi tutti credono di stare ricevendo il trattamento autentico, quindi si aspettano di migliorare. In altre parole, la convinzione che ti sentirai diversamente ti porta a sentirti diversamente. Ma la convinzione positiva potrebbe non essere l’unica causa della risposta corporea.

La seconda spiegazione dei miglioramenti clinici riscontrati è il condizionamento classico. Tutti conosciamo il famoso esperimento di Pavlov con i cani. Il cane di Pavlov non salivava soltanto alla vista del cibo, ma anche al suono della campanella che l’accompagnava.
L’effetto placebo potrebbe funzionare in modo simile. Se sei abituato a ricevere un farmaco da una persona in camice bianco e dopo a sentirti meglio, forse sarai condizionato a sentirti meglio anche quando riceverai una pillola zuccherina da una qualsiasi persona con un camice bianco. Naturalmente, se questo è vero, è un ulteriore sostegno all’idea che la mente può guarire il corpo, poiché il condizionamento classico dimostra l’esistenza di un forte legame corpo/mente.

La terza spiegazione che è i pazienti che partecipano a test clinici ricevono supporto emozionale.
Il professore di Harvard Ted Kaptchuk, che ha studiato l’effetto placebo, sostiene nei suoi articoli e tramite alcune interviste che l’assistenza premurosa di una figura rispettata e autorevole crea un effetto placebo tanto quanto una convinzione positiva, se non di più.
Il paziente di un test clinico riceve attenzione, supporto e talvolta contatto guaritore, spesso da una figura autorevole in camice bianco, che storicamente rappresenta la salute e la guarigione.
Tutti vogliamo sentirci visti, sentiti e anche amati, e già questo basterebbe ad alleviare i sintomi e stimolare un cambiamento fisiologico positivo, sempre grazie al legame corpo/mente.

La quarta spiegazione del perché la gente risponde al placebo è questa: benché la maggior parte degli studi cerchi di escludere pazienti che stanno ricorrendo a cure fai-da-te, una loro percentuale sta sempre utilizzando di nascosto altri trattamenti che potrebbero cambiare le carte in tavola. Se qualcuno migliora in un gruppo a placebo, il risultato potrebbe essere dovuto all’altro trattamento seguito sottobanco.

La quinta e ultima spiegazione è che certi pazienti migliorano perché la malattia si risolve da sola. Dopo tutto, il corpo è un organismo che si autoguarisce e cerca sempre di tornare all’omeostasi. Dunque, anche se si mettono i pazienti in una stanza buia, senza cure né attenzioni personali, una certa percentuale di loro migliorerà comunque.

L’argomento è controverso, ma alcuni scienziati ritengono che il fenomeno della remissione spontanea sia l’unica spiegazione possibi le dell’effetto placebo.
Non ci resta che una conclusione: benché le alterazioni fisiologiche osservabili in corrispondenza di un placebo potrebbero non essere dovute soltanto a una convinzione positiva, l’effetto placebo conferma comunque l’esistenza di un legame corpo/mente e l’innata capacità del corpo di autoguarirsi.

 

Estratto dal libro “La mente supera la medicina” della Dott.ssa Lissa Rankin


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Effetto nocebo

Per completezza voglio parlare brevemente anche l’effetto nocebo, riportando un estratto dalla Treccani:

L’effetto placebo può andare anche in direzione opposta. Se per es., il soggetto si aspetta l’incremento di un sintomo, questo può verificarsi realmente. In tal caso, si parla di effetto nocebo. Quest’ultimo è stato dimostrato in numerose condizioni, come il dolore e la performance motoria. I processi alla base dell’effetto nocebo sono praticamente gli stessi dell’effetto placebo, solo che vanno in direzione opposta: possono essere coinvolti meccanismi di aspettativa o condizionamento. Poco si sa sulle sue basi neurobiologiche, considerati gli inerenti problemi etici. Infatti, al fine di studiare l’effetto nocebo è necessario indurre aspettative negative, come effettuare, per es., una procedura che secondo il soggetto produrrà un aumento del dolore. In altre parole, una procedura nocebo induce stress nei soggetti che si sottopongono a essa, quindi è eticamente possibile indurre una risposta nocebo solo in condizioni particolari, per es., in soggetti volontari sani ma non in pazienti.

L’effetto nocebo riveste un’importanza particolare nella nostra società poiché è presente nella routine quotidiana, senza tuttavia che ce ne rendiamo conto. Un esempio è rappresentato dai messaggi lanciati dai mezzi di comunicazione di massa, come la televisione, la radio e i giornali, riguardo ai pericoli e ai danni per la salute. Spesso questi messaggi sono falsi o esagerati, eppure inducono aspettative negative in coloro che li ricevono. Alcuni studi recenti hanno dimostrato che certi disturbi, come la cefalea, spesso imputati alle radiofrequenze dei telefoni cellulari, non sono altro che effetti psicologici, cioè effetti nocebo. Il solo credere che un telefono cellulare possa produrre danni alla salute spesso può provocare l’insorgenza di sintomi di diversa natura. Analogamente, gli effetti collaterali dei farmaci, descritti nel foglio della confezione (il cosiddetto bugiardino), spesso sono solo effetti nocebo: leggere che un farmaco può indurre nausea, in alcuni soggetti può provocarla realmente. Una diagnosi negativa può sortire lo stesso effetto: infatti il paziente presenterà una sintomatologia più severa per il solo motivo che si aspetta un peggioramento della sua situazione. L’effetto nocebo è stato studiato dal punto di vista antropologico in quelle società in cui vengono effettuate pratiche magiche e religiose. Un esempio eclatante è la magia vodù, in cui un estremo stress psicologico può portare a una situazione di una certa gravità, come l’arresto cardiaco. Alcune procedure, come il puntare un oggetto contro una persona facendole credere in un suo effetto negativo, possono provocare situazioni di stress estremo.

Fonte (http://www.treccani.it/enciclopedia/effetto-placebo-e-nocebo_%28XXI-Secolo%29/)

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Sono un'anima in cammino nella sua esperienza evolutiva, ricercatore indipendente, studioso della mente e dello spirito. In questa vita mi occupo di marketing online e ho unito queste competenze con la passione per la medicina olistica, la spiritualità e l'esoterismo in questo progetto, che ha lo scopo di condividere e promuovere risorse utili per la ricerca interiore, la crescita personale e il benessere psico-fisico.

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